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Le origini dei cocktail

31 luglio, 2017

“Il Cocktail è una bevanda stimolante composta da superalcolici di vario tipo, zucchero, acqua e amari”, si legge nel Balance and Columbian Repository, giornale dell’Hudson dove per la prima volta nella storia un giornalista tenta di descrivere una miscela in grado di corroborare lo spirito e alleviare il peso dei pensieri. Era il 13 maggio 1806, ma l’origine del termine cocktail è tuttora fonte di dibattito. Bisognerà aspettare il 1862 quando Jerry Thomas, passato alla storia come il Professore per l’estro creativo e l’indiscussa abilità professionale, codificò i primi 10 cocktail nella storica guida “The Bar-Tender’s Guide”, ovvero il primo ricettario ufficiale sui cocktail statunitensi.

Da Jerry Thomas al primo cocktail party della storia

I cocktail di questo periodo sono composti da pochi ingredienti, aromatizzanti a base di erbe, vermouth o bitter, spesso allungati con la soda, che rendeva i drink più bevibili per stemperare l’alto tasso alcolico e la scarsa finezza organolettica dei distillati d’epoca. È Jerry Thomas che cambia le regole del gioco, miscelando sapientemente ingredienti che lo contraddistinguevano come Peychaud bitter, Angostura e assenzio. Capace di intrattenere la clientela come nessuno prima di lui, trasformava ogni bancone nel palco di un vero e proprio spettacolo di giocoleria. La firma in calce a ogni serata era il Blu Blazer, cocktail creato ad El Dorado, una sala da gioco di San Francisco dove il Professore aveva inscenato uno spettacolare arco di fuoco passando dello Scotch whiskey in fiamme da un bicchiere all’altro per 5 volte. Considerato il fondatore della moderna “mixologist”, viene investito da una popolarità trasversale e dirompente: noto in ogni strato sociale della città di New York, e ben presto negli Stati Uniti, la sua fama accompagna l’impressionante successo dei cocktail, fino al primo Cocktail Party ufficiale del 1917 a St. Louis, in Missouri.

La storia dei cocktail durante il Proibizionismo

È nel 1919 che il divieto cambia tutto. Il governo degli Stati Uniti sancì una legge per criminalizzare la produzione e la vendita di alcolici per 13 anni, dal 1919 al 1933. È l’epoca del Proibizionismo, e il contrabbando cominciò a degenerare lasciando in mano lo smercio illegale di bevande alcoliche alle bande di gangster tra cui primeggiava Al Capone. Il commercio illegale era l’unico mezzo per ottenere alcolici come il Moonshine, whiskey di segale e mais non invecchiato che deve il suo nome alla distillazione che avveniva con il chiaro di luna. Messi al bando alcolici come l’assenzio, il Proibizionismo determina una variazione organolettica di decine di cocktail, i bitter e i vermouth cambiano profilo dal punto di vista gusto-olfattivo e tornano ad essere utilizzati aromatizzanti a base di frutta determinando alcune innovazioni, come il crescente consumo di cocktail più dolci e femminili. Spopolano i cocktail a base di gin di pessima qualità che scorre a fiumi negli Speakeasy, i “locali segreti” simbolo del fascino del proibito, a cui si accedeva grazie a una parola d’ordine. In breve tempo il whiskey scompare come ingrediente dei cocktail oltreoceano, in un’Europa che doveva fare i conti il Primo Dopoguerra, e di riflesso anche i bicchieri negli Stati Uniti si riempiono di alcolici come Gin, Cognac e Cointreau.

L’evoluzione dei cocktail dal Proibizionismo a oggi

Sparatorie, retate, guerre tra bande di gangster: per sfuggire alla morsa del Proibizionismo, i cittadini americani più facoltosi si recavano in vacanza all’estero in località esotiche, complice il fatto di poter degustare cocktail e alcolici in tutta tranquillità. In breve tempo, esplode il culto della Tiki-Era: i bar si riempiono di alcolici d’importazione come il rum prodotto dalle distillerie caraibiche, lanciando una moda che non svanirà prima degli anni ’50. I fenomeni migratori e l’impulso alla globalizzazione che ha caratterizzato la seconda metà del secolo scorso, contribuiscono ad arricchire la storia dei cocktail con nuovi distillati prima appannaggio delle sole classi meno abbienti, come la vodka. Da tal momento questo superalcolico si impose nel firmamento delle creazioni come il Vodka Martini e il Moscow Mule, fino all’introduzione di distillati come la Tequila.

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